Totem e Tabù

In Thailandia si sta mettendo in discussione ciò che rappresentava un tabù, qualcosa che non poteva essere minimamente criticato e un totem, al tempo stesso, l’incarnazione, la rappresentazione di ciò che è sacro. La “contestazione” giovanile in atto, più che un fenomeno politico, è profondamente culturale.
26 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 18:14
Immagine di Totem e Tabù

Una delle immagini più significative delle manifestazioni di Bangkok. Il gesto simbolo di rivolta nel film "Hunger Games" è stato adottato dai giovani thai.

“Corri compagno, il vecchio mondo ti sta dietro”.
“Diamo l’assalto al cielo”.
“Potere all’immaginazione”.
“Né dio, né re, solo umano”.
I primi tre slogan fanno ormai parte della semantica del linguaggio della contestazione sessantottesca. Sono simboli di un movimento che ha avuto conseguenze culturali e politiche e che, nel bene e nel male, ha modificato il modo di pensare, lo stile di vita occidentale.
L’ultimo slogan, che potrebbe benissimo essere assimilato ai precedenti, è invece stato gridato e scritto nelle piazze di Bangkok che in questi giorni sono state il palcoscenico delle manifestazioni di decine di migliaia di studenti. Questo ha un significato in cui bene o male potrebbero esprimere conseguenze ben più profondo.
Per una interessante coincidenza storico-culturale tali assonanze di significato nelle loro possibili e diverse conseguenze possono essere espresse nel secondo slogan. Per i giovani del Sessantotto il “cielo” era un luogo metafisico in cui confluivano i concetti di religione e potere ma al tempo stesso un punto finale, un’ideale assoluto da raggiungere. Per i giovani thai, se mai osassero riprenderlo, quello slogan non avrebbe solo quei valori filosofici. Perché in Thailandia con “cielo”, o “paradiso” si indicano i luoghi fisici in cui si concentra e il potere supremo, la residenza reale.
Quello che sta accadendo in Thailandia in ogni caso è proprio questo: un assalto al cielo, sia pure in forma del tutto astratta, simbolica. E’ accaduto il 3 agosto quando l’avvocato e attivista per i diritti umani Anon Nampa, per la prima volta dopo oltre un decennio, durante una manifestazione di protesta, ha dichiarato la necessità della riforma della monarchia. Ed è accaduto in forma spettacolare, scenografica, la sera del 10 agosto, nel campus della Thammasat University di Bangkok, quando la ventunenne Panusava Sithijirawattanakul è salita sul palco in vestito rosso e ha letto un manifesto di dieci punti molti dei quali richiedevano una forte limitazione dei poteri reali, dalla rinuncia al controllo del patrimonio della corona sino alla non interferenza nella politica nazionale.
Una clemenza che è apparsa incomprensibile, tanto più che è stata ispirata dallo stesso re.
La spiegazione potrebbe essere di natura psicopolitica. Secondo il generale Apirat, infatti, i contestatori sono individui “malati”, soffrono di una malattia chiamata “chang chart”, odio verso la madrepatria, una sindrome molto più grave dello stesso Covid. «Il Coronavirus può essere curato, ma il chang chart è incurabile» ha dichiarato lo stesso Apirat, aprendo scenari inquietanti su quelle che potrebbero essere le conseguenze nel controllo di manifestazioni che non verrebbero catalogate come politiche bensì patologiche.
Per evitare il diffondersi della malattia il governo sta adottando un severo controllo sui social, soggetti a una censura tra le più rigorose al mondo, tanto che il governo ha imposto a Facebook il blocco di accesso in Thailandia a un gruppo che discuteva sulla riforma della monarchia. Infine, poiché prevenire è meglio che curare, è stata studiata una campagna di educazione civica rivolta ai giovanissimi.
E’ un codice di condotta nei confronti dei “pooyai”, gli adulti, gli insegnanti, le persone verso cui devono manifestare rispetto, obbedienza, mantenendo sempre un atteggiamento composto.